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MILANO

Anche i medici di base possono ora prescrivere i tamponi

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In Lombardia, da lunedì 11 maggio, i tamponi possono essere prescritti anche dai medici di base, i quali avviseranno direttamente l’Ats. A quel punto la persona, se si può muovere, farà il tampone in uno dei laboratori che gli indicherà l’Ats, se invece è impossibilitata a muoversi, verrà raggiunta a casa dalle Usca. Stando al provvedimento regionale, l’Ats dovrà predisporre il tampone entro 48 ore dalla prescrizione. Dopo aver a lungo spinto sui prelievi del sangue, il Pirellone annuncia quindi una nuova strategia per l’esame nasofaringeo.

Da lunedì 11 maggio pare svoltare la strategia

di Regione Lombardia

Virata improvvisa nella strategia sanitaria di Regione Lombardia per questa fase 2. A metà aprile, erano stati gli stessi vertici regionali a indicare nei test sierologici una possibile soluzione per mappare il virus e tentare di “dividere” i soggetti positivi da quelli negativi. In termini numerici, però, non è andata come sperato: i ventimila test al giorno promessi si sono trasformati in poco più di 33mila in due settimane. Nel frattempo numerosissimi laboratori privati si sono organizzati, procurandosi test sierologici certificati CE, e mettendosi al servizio di Comuni, aziende e privati cittadini per poter aumentare così la capacità di effettuazione delle analisi, sebbene a pagamento ovviamente. Ora, però, lo strumento su cui si focalizza nuovamente l’attenzione torna ad essere il tampone che può essere richiesto dal medico di base, già a partire da lunedì 11 maggio, secondo il provvedimento regionale.

Gallera: “Non capisco la corsa al test”

Un cambio di strategia che l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, ha così spiegato in un’intervista rilasciata l’8 maggio a Radio Lombardia:

“I test sierologici non hanno alcun valore diagnostico. Non servono a dire se io o lei abbiamo il Covid oggi. Quindi faccio fatica a capire le motivazioni di questa corsa al test, se non da un punto di vista molto irrazionale ed emotivo. Sia l’Iss che il ministero della Salute dicono che poi serve la conferma di un tampone e così sarà previsto anche dalla nostra delibera. Chiunque si imbarca in un processo come questo, se positivo, dovrà stare in isolamento fino a quando non verrà fatto un tampone.”

In sostanza, dopo essere stata proprio la Regione a indicare nei test sierologici la strada maestra da seguire, ora fa marcia indietro, definendoli inutili dal punto di vista diagnostico.

E’ una strategia attuabile?

Il problema dei reagenti

Premesso che la speranza di tutti è che il sistema predisposto funzioni davvero, i dubbi sono tanti. Come ha dimostrato uno studio della Fondazione Gimbe, infatti, la Lombardia, sebbene sia la Regione più colpita dal Coronavirus, non è nel podio delle Regioni che effettuano più tamponi, anzi. E la spiegazione è sempre la stessa: i laboratori per farli ci sono, ma non ci sono i reagenti per processarli. L’acquisto di questi ultimi è di competenza regionale e in Lombardia se ne occupa l’ente pubblico Aria, che ha confermato a Il Post le difficoltà di acquisto elevatissime dei reagenti, sebbene le cose siano di poco migliorate rispetto a marzo e inizio aprile. Il Veneto è messo meglio per due motivi: perché ha comprato tantissimi reagenti prima che scoppiasse la crisi e, soprattutto, perché a Padova ha un laboratorio in grado di produrli, cosa che non sembra possibile fare invece in Lombardia.

Il problema dei “positivi a domicilio”

A queste problematiche si aggiunge una seconda questione logistica di non poco conto: i positivi dove li mettiamo? Supponendo che sia percorribile la strategia del tampone per tutti, le persone risultate positive che non necessitano un ricovero dove vengono messe? Uno dei principali problemi della fase emergenziale che ci siamo da poco lasciati alle spalle, infatti, è stato il fatto che spesso i nuclei familiari, o più genericamente le abitazioni, sono diventate dei punti di trasmissione del virus. La soluzione potrebbe essere quella della creazione dei cosiddetti “Covid-hotel”, già seguita anche in Bergamasca per alleggerire la pressione degli ospedali. Ma, considerando i numeri ipotizzati, non basterebbero certo due o tre alberghi. E per ogni struttura servirebbe un accordo tra ente pubblico e proprietà privata. Cosa non impossibile, ma che prevede tempi medio-lunghi. Una serie di ostacoli e questioni logistiche di non poco conto.

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Autore:ces

Pubblicato il: 15 Maggio 2020

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